L'Intervento
 
Luci o nubi all’orizzonte?
C’è da sperare che le modifiche all’attuale normativa non si risolvano in ulteriori aggravi a carico dei professionisti, senza che ne possa derivare un vantaggio alla collettività
Lucia Starola, Odcec di Torino
 

Dopo quasi dieci anni dalla prima applicazione della disciplina antiriciclaggio ai professionisti, una continua evoluzione della normativa primaria e di quella secondaria e una serie di criticità applicative tuttora irrisolte, i commercialisti italiani si interrogano sul futuro. Le caratteristiche dell’economia globale richiedono maggior attenzione da parte delle istituzioni verso il fenomeno del riciclaggio di denaro proveniente dalle infiltrazioni criminali nell’economia. In questa direzione si è mosso il Gruppo di azione finanziaria internazionale (GAFI) con le nuove Raccomandazioni adottate il 16 febbraio 2012. In particolare esse evidenziano la necessità di: 
- maggiore trasparenza nelle compagini societarie, al fine di agevolare l’identificazione del titolare effettivo;
- adempimenti rafforzati e più stringenti per l’individuazione e il controllo delle persone esposte politicamente;
- ampliamento della sfera dei reati presupposto di riciclaggio comprendendo in modo esplicito i reati fiscali; 
- miglioramento dell’approccio basato sul rischio, che consente ai Governi e al settore privato di agire in modo più efficiente concentrandosi sulle situazioni ad alto rischio.
Seguendo queste indicazioni, la Commissione Europea il 5 febbraio 2013 ha adottato la proposta di IV Direttiva. Il Parlamento europeo, nella seduta dell’11 marzo 2014, ha approvato in prima lettura la Proposta di direttiva, con l’inserimento di numerosi emendamenti. L’esame degli emendamenti evidenzia la volontà di uniformarsi alle Raccomandazioni GAFI, ma evidenzia anche una minuziosità nell’indicazione degli adempimenti che pare andare oltre quello che dovrebbe essere una direttiva di carattere generale. Così, ad esempio, l’Emendamento 150 prevede un nuovo allegato III bis, il quale contiene alcune tipologie di obblighi minimi da rispettare.
Finora non era stato delineato il contenuto degli obblighi più stringenti in caso di adeguata verifica rafforzata e l’elencazione, pur risultando utile, appare in taluni casi scontata. Tra l’altro si indica: 
- ottenere informazioni supplementari sul cliente e sulla natura prevista del rapporto di affari;
- ottenere informazioni sull’origine dei fondi e del patrimonio del cliente;
- ottenere informazioni sulle ragioni alla base delle operazioni previste;
- aumentare il numero e la frequenza dei controlli.
In merito alla definizione di titolare effettivo, la Commissione giuridica del Parlamento Europeo ha discusso per mesi per trovare una definizione chiara ed esaustiva.
L’art. 3 prevede ora tre criteri, non alternativi ma da applicare progressivamente, come indicato nelle Raccomandazioni GAFI: la proprietà o il controllo, con la percentuale del 25% ed il richiamo alla nozione di controllo determinata conformemente alla direttiva sui bilanci consolidati; il controllo esercitato in altro modo ed infine la posizione dirigenziale di alto livello. Con riguardo all’individuazione e identificazione del titolare effettivo, il Considerando (10), prevede ora che “... sebbene il riscontro di una determinata percentuale di partecipazione non corrisponda automaticamente all’individuazione del T.E., è comunque uno dei fattori per la sua identificazione”. Non è il massimo della chiarezza e serve solo per dare un indirizzo. All’art. 29 è inserita la previsione che le società e le altre entità giuridiche, compresi i trust, “trasmettano a un registro pubblico centrale o a un registro delle imprese nel loro territorio informazioni sul proprio T.E., al momento della costituzione, nonché eventuali cambiamenti”. Questa previsione appare di non facile realizzazione in tutti gli Stati membri, ma oltremodo utile qualora attuata. Tuttavia, un emendamento all’art. 29 contiene una disposizione quanto meno irrazionale, prevedendo che la consultazione dei registri “non esonera dagli obblighi di adeguata verifica e gli enti obbligati non si basano esclusivamente su queste informazioni, considerandole sufficienti per soddisfare tali obblighi”.
Parimenti l’art. 11, emendato, prevede che l’obbligo di adeguata verifica consista, tra l’altro, nella seguente attività: “b) oltre all’identificazione del titolare effettivo elencato in un registro a norma dell’art. 29, adottare misure ragionevoli per verificarne l’identità, in modo... da essere certi di sapere chi egli sia, il che implica per le persone giuridiche... l’adozione di tutte le misure necessarie per comprendere l’assetto proprietario o di controllo del cliente…”. Il risultato di tali disposizioni preoccupa: il destinatario della normativa si trova nella situazione di dover verificare le informazioni rese dal cliente, ma per il riscontro non è sufficiente la consultazione dei pubblici registri! Chi sarà il responsabile di una errata identificazione del titolare effettivo: il cliente che ha comunicato al pubblico registro una informazione sbagliata o il destinatario degli adempimenti che non è stato in grado di scoprire che l’informazione pubblicata era errata? La valutazione del rischio assume una particolare importanza nel sistema della proposta di IV Direttiva, sia a livello di valutazione da parte della Commissione, che degli Stati membri, delle autorità nazionali e da ultimo del singolo ente obbligato. Il destinatario della normativa dovrà adottare misure proporzionate alla natura e alle dimensioni dell’ente, che comprendano politiche, procedure e controlli interni in tema di adeguata verifica, segnalazione, conservazione dei documenti, gestione delle conformità e indagine preventiva sui dipendenti. A tale elenco, l’Emendamento 70 aggiunge “pratiche di riferimento per la gestione dei rischi”.
È auspicabile che su quest’ultimo punto la normativa di recepimento tenga in considerazione il principio di proporzionalità! Per l’individuazione delle persone politicamente esposte si prevede la redazione da parte della Commissione di un elenco. L’elenco è accessibile agli enti obbligati, ma è preoccupante che, basarsi esclusivamente su queste informazioni, non sia considerato sufficiente per gli obblighi di adeguata verifica: dove si potranno reperire eventuali ulteriori notizie? L’accentuata attenzione ai reati tributari come presupposto del riciclaggio trapela da un buon numero di emendamenti. Tra questi si segnala l’Emendamento 82. All’art. 16 (obblighi rafforzati di adeguata verifica) comma 2, che richiama l’obbligo di esaminare il contesto e la finalità di tutte le operazioni complesse o di importo insolitamente elevato o le operazioni a schema anomalo senza uno scopo economico, l’emendamento inserisce anche “le operazioni che costituiscono reati fiscali”. Non è facile interpretare il significato di questo inserimento: se una operazione “costituisce reato fiscale” non dovrebbe trattarsi di richiedere una adeguata verifica rafforzata, in quanto di per sé è vietata la consulenza per compierla, pena il coinvolgimento nel reato! Se dall’adeguata verifica in forma rafforzata emerge che l’operazione richiesta costituisce reato fiscale, il destinatario della normativa, per effetto di questo emendamento, ha l’obbligo di segnalazione. Ciò significa che l’obbligo di segnalazione, previsto nel caso di sospetto che stiano per compiersi operazioni di riciclaggio, verrebbe anticipato al momento in cui stia per commettersi un reato fiscale, ovvero un reato presupposto del riciclaggio. Pur se condivisibile lo spirito di questa inclusione, la sua applicazione pare andare oltre la prevenzione del riciclaggio, estendendosi alla prevenzione dei reati presupposto, nello specifico alla prevenzione dei reati fiscali, addossando in questo modo agli operatori compiti e responsabilità sproporzionate. È positivo che il principio di proporzionalità venga ulteriormente ribadito al Considerando (2), ove viene ripreso un importante concetto, che interessa il Parlamento: “… occorre trovare un equilibrio tra il conseguimento degli obiettivi di protezione della società dai criminali… e la necessità di creare un ambiente normativo che consenta alle aziende di sviluppare la propria attività senza incorrere in costi sproporzionati di conformità alla normativa. Gli obblighi imposti agli enti obbligati… devono essere giustificati e proporzionati”. Infine, a tutela del segnalante, l’Emendamento 97 inserisce all’art. 31 l’importante precisazione che, in caso di richiesta di informazioni da parte delle autorità di contrasto, quando la comunicazione delle informazioni sia palesemente sproporzionata rispetto agli interessi legittimi di una persona fisica o giuridica, ovvero non sia pertinente, la decisione se divulgare l’informazione spetta all’UIF. La posizione del Parlamento è stata trasmessa al Consiglio ed alla Commissione, la quale potrà modificare la proposta iniziale o sostituirla con un nuovo testo, sul quale trovare l’accordo con il nuovo Parlamento. L’auspicio è che le modifiche all’attuale normativa non si risolvano in ulteriori aggravi a carico dei professionisti, senza che ne possa derivare un vantaggio alla collettività. La prevenzione del riciclaggio non può essere posta solo sulle spalle dei professionisti: così come la lotta alla corruzione, deve nascere e svilupparsi in una rinnovata identità culturale. 

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N. 5 - Maggio 2014
 
Editoriale
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