L'Intervento
 
Pmi e mercati internazionali
La sfida ai mercati internazionali è da considerarsi una opportunità per le imprese italiane e per i commercialisti, la cui posta in palio è il futuro del nostro Paese
Filippo Maria Invitti, Odcec di Roma
 

La parola d’ordine è internazionalizzare. Termine ormai diffusamente utilizzato da ogni esponente della comunità economica che, a vario titolo, intende dissertare sulle modalità per rilanciare l’attività produttiva del nostro Paese, schiacciato dalla morsa di una crisi atavica, dovuta certamente a fattori molteplici, ma senza dubbio innegabilmente legata anche allo schema di sviluppo che da sempre ha caratterizzato la realtà imprenditoriale italiana. Partendo dall’analisi delle strutture dimensionali e dalla distribuzione geografica delle aziende nazionali è possibile delineare un primo scenario sulle possibilità effettive di espansione delle predette entità che intendono indirizzare i propri obiettivi di crescita economica verso il mercato estero; da nord a sud del nostro territorio risulta evidente individuare profonde differenze in ordine alle tipologie di impresa presenti, ai loro modelli organizzativi e, non ultimo, all’attitudine a lavorare in collegamento tra loro superando logiche di esclusività e la naturale diffidenza alla cooperazione. La storia racconta che l’area settentrionale dell’Italia ebbe a favorire, all’epoca del boom industriale degli anni ‘60, la nascita di realtà industriali di grandi dimensioni, mentre lungo tutto il resto della penisola, scendendo verso il meridione, prevalse lo spirito di artigianalità con il quale si avviarono iniziative d’impresa certamente meno strutturate e con una maggiore vocazione a soddisfare i bisogni del contesto locale del territorio nel quale operavano. Negli ultimi cinquant’anni si è poi assistito ad un processo di trasformazione delle modalità di fare impresa che ha portato gli imprenditori a valutare lo sviluppo del proprio business oltreconfine. Le imprese italiane e soprattutto le medio-piccole, tuttavia, sono caratterizzate da alcune peculiarità che le rendono più difficilmente idonee ad affrontare l’avventura dell’internazionalizzazione. Il primo elemento è costituito dalla scarsa presenza e spesso inesistenza di figure manageriali che abbiano maturato esperienze nei mercati esteri, oltre alla poca attitudine alla conoscenza linguistica che è spesso un insormontabile ostacolo alla comunicazione tra le imprese italiane e il mercato internazionale. Il secondo fattore è insito nelle caratteristiche dimensionali ridotte delle aziende appartenenti all’universo delle pmi, che hanno spesso come elemento collegato la sottocapitalizzazione dell’impresa, che rende inadeguato il confronto con le aziende analoghe degli altri paesi. Altro elemento che certamente non favorisce un adeguato approccio ad iniziative di internazionalizzazione è costituito dalla poca predisposizione dei professionisti italiani a svolgere la propria funzione al di fuori delle aree storicamente tradizionali. In particolare, l’attività dei commercialisti, che avrebbe certamente un riconoscimento più qualificante nell’espletare l’attività professionale quale co-protagonista di progetti di assistenza verso i mercati esteri, difficilmente viene considerata dagli stessi quale grande opportunità, ma piuttosto a priori esclusa. Le aziende italiane che in larga misura sono identificabili tra le categorie delle micro imprese e di quelle piccole vedono la figura del commercialista legata ad un soggetto che si occupa prevalentemente di adempimenti contabili e fiscali, ma difficilmente attribuiscono allo stesso un’identità correlata al supporto nello sviluppo dell’iniziativa imprenditoriale stessa; questo accade proprio perché dallo stesso professionista non ricevono spunti a considerarlo con una veste diversa magari ad una sorta di export manager dotato del know how necessario alla loro guida nell’affrontare il contesto internazionale; ne discende il determinarsi di una spirale nella quale l’impresa non ravvisa la forza di vedere una prospettiva diversa alla quale la medesima è storicamente predisposta e il commercialista incapace di considerare l’azienda assistita in grado di offrirgli diverse condizioni per mettere a disposizione la propria opera professionale. Il cambio di mentalità da parte di imprenditori e professionisti è, quindi, il primo obiettivo da porsi. Le imprese devono intanto prevedere il rinnovamento delle strutture organizzative aziendali, fattore che costituisce il primo passo per avviare proficuamente l’iniziativa economica in un mercato estero. Riguardo invece gli aspetti attinenti la struttura patrimoniale dell’impresa, è necessario che l’imprenditore verifichi la sussistenza di un valido piano economicofinanziario, eventualmente avvalendosi, oltre che dei mezzi propri dell’impresa stessa, anche di programmi di sostegno all’internazionalizzazione previsti dalle istituzioni nazionali; esempi in tal senso sono rappresentati dalle attività della Simest, della SACE, dell’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane nonché dallo stesso Ministero dello Sviluppo Economico che, continuamente, elaborano nuovi strumenti per facilitare i processi di sviluppo verso l’estero delle nostre pmi. Una considerazione diretta ai commercialisti, ai quali è delegato l’importante compito di accompagnare, ed a volte addirittura dirigere, i progetti di internazionalizzazione delle imprese, è rappresentato dall’invito ad assumere il ruolo di consulenti globali, affinché essi stessi, partecipando allo sviluppo dei programmi di apertura verso i mercati esteri, possano offrire ai propri clienti la massima assistenza professionale qualificando così, con la propria presenza diretta, l’iniziativa economica intrapresa. Nello schema a fianco può essere sintetizzato il ruolo che assume il professionista nella fase di avvio di un progetto di internazionalizzazione dell’impresa: in particolare l’attività del commercialista seguirà passaggi distinti, assumendo una valenza diversa sia interna all’impresa che esterna ad essa. In ordine alla valutazione del progetto è essenziale l’esame preliminare dell’iniziativa per stabilire le condizioni di reale fattibilità. Dovrà poi delineare una adeguata strategia al fine di programmare le fasi successive all’avvio dell’iniziativa. Con riferimento all’individuazione delle criticità egli dovrà compiere una valutazione dei possibili fattori di rischio, mediante verifica preventiva dello scenario in cui verrà sviluppato il progetto possibilmente assumendo ogni informazione utile in ordine alle condizioni di rischio paese e delle politiche economiche e fiscali locali. La redazione del piano di sviluppo meglio definibile come business plan economico e finanziario oltre a costituire il “sistema di navigazione” dell’iniziativa diviene spesso strumento indispensabile di rappresentazione esterna del progetto. Per quanto attiene al follow up del programma, l’affiancamento del professionista all’impresa anche nelle fasi successive del progetto è da ritenersi indispensabile per la verifica del grado di realizzazione dell’iniziativa. Funzioni attribuibili al commercialista, poi, potranno essere legate alla scelta di interlocutori adeguati ad assistere l’impresa nelle fasi di sviluppo del progetto cooperando ad esempio nella selezione dell’istituto bancario di riferimento, negli incontri con le istituzioni governative nonché nell’interlocuzione con i professionisti locali dei diversi paesi o degli altri organismi internazionali; inoltre, al predetto potrà essere affidata la selezione degli strumenti operativi idonei allo sviluppo dell’iniziativa rappresentando, l’operato dello stesso, il principale canale di informazione per tutti gli attori coinvolti nell’attività di realizzazione del programma internazionale. Attraverso la propria specializzazione nelle tecniche di sviluppo dell’attività delle imprese nei processi di internazionalizzazione, sarà certamente richiesta la costante presenza del professionista nel ruolo di coordinatore del progetto, garantendo al medesimo grandi opportunità di crescita professionale ed attribuendogli altresì un ruolo propulsivo allo sviluppo dell’internazionalizzazione delle imprese con conseguente innegabile ricaduta sull’incremento dell’attività professionale. La sfida ai mercati internazionali è dunque da considerarsi una chanche per tutti imprenditori e professionisti la cui posta in palio è il futuro del nostro Paese e per usare una locuzione dei nostri maestri latini nihil difficile volenti! 

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N. 2 - Febbraio 2014
 
Editoriale
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Presentazione
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L'Intervento
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