Editoriale
 
Soluzioni alternative alla crisi d’impresa
Per più di sessanta anni nel nostro Paese la materia fallimentare è stata disciplinata dal r.d. 267/1942...
Maria Luisa Campise, Direttore Press
 

Per più di sessanta anni nel nostro Paese la materia fallimentare è stata disciplinata dal r.d. 267/1942. Una disciplina che ha visto la luce in un momento storico in cui l’impresa agricola e la proprietà terriera costituivano le principali attività a fronte di una ridottissima percentuale di imprese commerciali. In questo contesto il fallimento era improntato ad una prospettiva essenzialmente sanzionatoria: l’azienda in difficoltà era destinata ad essere estromessa dal mercato e l’esercizio provvisorio (art. 90 l.f. ante riforma) era visto in funzione meramente liquidatoria; l’amministrazione controllata ed il concordato erano destinati solo all’imprenditore meritevole e prescindevano da qualunque attenzione per la sorte dell’attività d’impresa nel suo complesso. A livello legislativo, l’attenzione per la “continuità” dell’attività d’impresa, a prescindere dalla sorte dell’imprenditore, emergeva solo con le leggi degli anni ‘70 sui salvataggi industriali e con la legge Prodi del 1979. Si trattava comunque di procedure rivolte alle grandi imprese, con 200 o più lavoratori, il cui recupero mirava principalmente alla salvaguardia dei livelli occupazionali. Solo all’inizio degli anni 2000, si inizia a favorire la continuità aziendale anche per la media e piccola impresa insolvente, per poi arrivare negli anni 2005-2007 alla riforma “organica” delle procedure concorsuali ed alla chiara ed esplicita emersione dell’interesse dell’ordinamento per la conservazione dei valori aziendali. E ciò, non solo nell’interesse generale dell’economia, dei dipendenti e dei collaboratori, ma anche dello stesso ceto creditorio, o almeno della parte interessata alla prosecuzione dei rapporti con l’impresa investita dalla crisi. In realtà, come sappiamo, la riforma, ancorché chiamata “organica”, tale era rimasta solo nel titolo, non trovandosi l’accordo sulle cosiddette “procedure di allerta” e sull’obbligo di segnalare al tribunale i primi sintomi di crisi. In ogni caso negli 2005-2007 venivano introdotti nuovi strumenti - quali gli accordi di ristrutturazione disciplinati dall’art. 182 - bis l.f ed i piani di risanamento previsti dall’art. 67, comma 3, lett. d), l.f, -, e si rafforzava la procedura di concordato preventivo con l’intento di alzare una barriera preventiva al fallimento ed in genere alla disgregazione dei valori aziendali. In realtà negli anni successivi alla riforma, i dati hanno fatto emergere che il concordato preventivo ha continuato a rappresentare uno strumento utilizzato non ai fini del rilancio dell’impresa ma semplicemente quale modalità più rapida, e ragionevolmente più vantaggiosa, del fallimento, mentre si è riscontrata una scarsissima utilizzazione degli accordi ex art. 182-bis ed ai piani attestati ex art.67, 3°comma, lettera d, l.f.. A fronte di questa situazione, e del sempre più ampio diffondersi delle crisi aziendali, a metà del 2012 è intervenuto il cosiddetto decreto ‘Sviluppo’, che ha introdotto il pre-concordato (o concordato in bianco, o con riserva), di cui all’art. 161, 6°comma, l.f.. Il legislatore ha voluto in tal modo compiere un altro tentativo di indirizzare le imprese sulla strada, già aperta dalla riforma fallimentare, della tutela della continuità aziendale, nell’intento di contribuire a frenare, “dal basso”, il degrado dell’economia. Ed è proprio alle soluzioni alternative previste dal legislatore per evitare il fallimento e preservare la continuità delle aziende in crisi che abbiamo voluto dedicare questo numero di Press.  

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N. 4 - Aprile 2014
 
Editoriale
Per più di sessanta anni nel nostro Paese la materia fallimentare...
 
 
L'Intervento
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