People
 
Nicastro: “Con l’internazionalizzazione, il Paese riparte”
Per il direttore generale di Unicredit l’impresa che internazionalizza rappresenta il settore che può essere da traino per il rinnovamento del nostro sistema economico e del sistema Paese
a cura della Redazione
 

Oggi esistono molte limitazioni all’accesso al credito bancario, soprattutto per le piccole e medie imprese; quali sono i vantaggi finanziari specifici che la vostra banca offre alle aziende che esportano e che vi vengono a presentare un progetto dedicato alla loro internazionalizzazione?
Anzitutto una premessa sul tema delle limitazioni oggettive di accesso al credito: quello che noi vediamo esserci oggi è più ‘equity crunch’ che un ‘credit crunch’, nel senso che le imprese che hanno maggiore difficoltà ad avere accesso al credito tendono a essere quelle che già hanno livelli di indebitamento elevato. E quando c’è indebitamento elevato, e magari in condizioni di mercato non semplici, non è sano, anzitutto per l’impresa stessa, aggiungere debito a debito. Peraltro questa casistica è meno frequente nel caso delle imprese che internazionalizzano, che tendono ad avere in media un merito creditizio superiore rispetto alle imprese che stanno solo sul mercato nazionale. Anche per quello che è il dna del Gruppo, per la nostra forte presenza all’estero e per il ruolo di traino che queste imprese hanno sull’intera economia Italiana, esse rappresentano per UniCredit una priorità assoluta. In questa prospettiva stiamo da tempo realizzando parecchie iniziative miranti ad aiutare le nostre imprese, anche piccole, che internazionalizzano; non solo per supportarle finanziariamente, ma anche per aiutarle a trovare le controparti commerciali, in diversi mercati, e in diversi settori e rispetto a parecchi grandi progetti infrastrutturali. Un tema molto importante è poi quello di garantire l’affidabilità delle nostre imprese nei confronti delle controparti estere, come pure, in senso opposto, di aiutarle a comprendere se gli attori con cui si confrontano, gli importatori per esempio di un certo paese, sono interlocutori affidabili. Peraltro l’impresa che internazionalizza spesso può essere il traino per il rinnovamento del nostro sistema economico e del sistema Paese. È quindi un aspetto che vale doppio, da certi punti di vista. Germania docet: la ripartenza di tutta l’economia tedesca è stata tirata dall’export.

Ci può fornire qualche numero, anche rispetto al totale dei vostri finanziamenti concessi, …
Abbiamo lanciato nel 2012 un progetto, che si chiama Unicredit International, articolato su diversi filoni. Uno di questi era quello di avviare l’accompagnamento all’estero delle imprese che ancora non l’avessero seriamente battuto; da quando abbiamo avviato il progetto (sono passati circa due anni), abbiamo accompagnato all’estero quasi 14mila imprese, e quasi mille di queste attraverso eventi che chiamiamo B2B, dove le mettiamo a contatto con i buyer di settori specifici. Tipicamente di settori importanti per il Made in Italy, penso, ad esempio, al settore del vino, dell’agroindustriale, del tessile, della meccanica strumentale, dell’arredo-design; noi li mettiamo in contatto con buyer operanti nei paesi in cui abbiamo in genere una forte presenza (come Europa, Germania, Turchia), ma anche con buyer provenienti dall’Estremo Oriente. Cambia anche il ruolo della banca. Stimiamo in circa il 16% la nostra quota di mercato con l’estero. Si tratta della nostra attività bancaria che sta crescendo maggiormente, ormai da tre o quattro anni a questa parte in Italia. Per esempio, attualmente è in corso tra Italia e Turchia un focus specifico sui settori tessile e abbigliamento, sull’agri-food che coinvolge tre regioni; in giro per il mondo abbiamo creato dei ‘desk’ per la clientela italiana: quando un nostro cliente va in Polonia, in Russia o in Turchia, in Germania, eccetera, trova nostri colleghi che parlano italiano e che possono aiutarlo a 360 gradi. Parlando più in generale, ci siamo impegnati a varare 120 miliardi di nuovi finanziamenti nei prossimi tre anni. Una quota estremamente elevata rispetto ai nostri stock creditizi. Peraltro ci siamo anche impegnati a ribaltare sul cliente i benefici della TLTRO della BCE. 

Questa vostra nuova attività vi trova da soli oppure siete affiancati  dalle istituzioni italiane? Quali sono i rapporti che avete con le istituzioni italiane e quali gli enti pubblici con cui siete più in collaborazione? E con loro eventualmente ci sono dei progetti di collaborazione?
C’è una collaborazione abbastanza sistematica con gli operatori; penso alla rete delle ambasciate, che da alcuni anni vediamo in significativo riorientamento verso attività commerciali rispetto al passato. Nei progetti, cui accennavo prima, esiste una collaborazione ormai consolidata con l’ICE, ma anche attori come SIMEST e SACE sono dei partner importanti. In alcuni casi, nei B2B per esempio, lavoriamo con le associazioni di categoria, penso a Confindustria, Federlegno, CNA, Confartigianato, Coldiretti e non solo. Come voi ci insegnate, la partita internazionale va giocata in squadra: tra imprenditori che spesso dovrebbero consorziarsi o mettersi insieme e tra banche, imprenditori e istituzioni. Lei ha citato nuovi punti di arrivo quali Turchia, Estremo Oriente.

Al riguardo quali sono i vostri progetti di espansione?
Abbiamo, e questa è un’unicità di UNICREDIT, non solo nel contesto italiano, ma anche a livello europeo, una presenza con banche a tutto tondo, con sportelli e specialisti, in 18 paesi europei. Quando lei va nei paesi europei trova i nostri sportelli UNICREDIT in maniera diffusa. Questa è la nostra piattaforma base. Inoltre, stiamo rafforzando l’attività sia attraverso filiali che attraverso accordi con altre banche, in paesi che sono importanti per il nostro export, quali ad esempio la Cina, dove sono presenti cinque punti operativi. Prevedo una crescita dei nostri investimenti focalizzati a supportare l’internazionalizzazione dei nostri clienti anche in altre aree del mondo.

I Commercialisti hanno sempre caro il tema delle pmi; per queste, secondo lei, quali sono le prospettive in questo orizzonte così variabile sia per quelle che già sono all’estero e per quelle che desidererebbero farlo?
Ci sono opportunità e nuove sfide, e pensiamo che voi, come partner naturale storico delle pmi, potete avere un ruolo cruciale. Le opportunità sono legate al fatto che le aziende italiane hanno prodotti di qualità spesso ambiti e ricercati all’estero, però hanno bisogno di una commercializzazione, di una spinta di marketing. Ci sono cioè aziende che lavorano in Italia e hanno uno o due paesi in cui il prodotto lo vendono bene, ma potrebbero andare anche in altri quattro o cinque paesi dove la competitività del prodotto sarebbe molto buona. Spesso dove le nostre imprese fanno fatica e vanno supportate è nello sforzo distributivo e commerciale. L’opportunità, ripeto, è molto grande; se ad esempio pensiamo al concetto dell’italian sounding, cioè a prodotti che hanno un marchio che più o meno suona italiano, dove il concorrente cerca di copiare o riprodurre un vissuto “italiano”, si vede come vi siano grandi spazi che possono essere aggrediti da chi italiano lo è veramente. Poi c’è la sfida classica della adeguata capitalizzazione, che ovviamente non vale solo per chi va all’estero: noi la vediamo come la sfida numero uno per le pmi nei prossimi anni. Il Governatore della Banca d’Italia ha ricordato recentemente che sono circa 200 miliardi di euro di capitale di rischio di cui la piccola e media impresa italiana ha bisogno. La differenza tra le pmi italiane e le pmi tedesche è la minor dotazione di patrimonio e questo a fronte di famiglie che sono in media addirittura più ricche in Italia. Quindi c’è proprio un deficit importante della struttura di capitale; questa è una sfida su cui la categoria dei commercialisti, partner naturale, di cui l’imprenditore si fida, ha un ruolo assolutamente cruciale per farle uscire da questa crisi. Anche la trasparenza di budget e bilancio è molto importante e anche qui vedo un ruolo positivo straordinario che può essere svolto dal commercialista. In ultimo, vanno pensati dei ragionamenti sul tema della dimensione che possono avere declinazioni diverse: ci può essere la classica fusione ma possono esserci anche delle soluzioni quali reti di impresa o consorzi. A volte è meglio andare insieme in quattro paesi piuttosto che andare da soli in due. Se vai in quattro paesi hai più chance di farcela, se vai solo in due rischi di andare in quelli che poi si rivelano “sbagliati”, specie alla luce della perdurante incertezza e volatilità “politica” di tanti mercati di sbocco. Per esempio oggi sta tornando “di moda” l’Italia e si vede invece un Brasile più “riflessivo”, anni fa era il contrario. La volatilità dei mercati va messa bene in conto.

Stavamo parlando dei consorzi, cioè che è utile consorziarsi per avere più chance di penetrare il mercato all’estero…
Ci può essere un passaggio importante. Faccio anche qui degli esempi. Il consorzio dei vini di Borgogna ha messo insieme cantine anche di dimensione veramente minuscola e le ha portate ad avere una posizione straordinaria in tutto il mondo grazie ad una tecnologia di marketing particolarmente avanzata. Una cosa simile ha fatto anche nostro consorzio del Prosecco DOC trevisano, dove, grazie ad un’azione congiunta e incisiva, ha superato i 300 milioni di bottiglie, crescendo a doppia cifra anche in mezzo alla crisi. Per internazionalizzare le economie di scala e di scopo sono fondamentali, all’imprenditore la scelta se arrivarci fondendosi con altri imprenditori o, appunto, consorziandosi o magari quotandosi. Anche qui la Categoria dei commercialisti può avere un ruolo estremamente importante e positivo nel far maturare la necessaria evoluzione strategica e finanziaria dei nostri straordinari e talentuosi imprenditori.

Con riferimento alla struttura finanziaria, crede anche lei che il nuovo mercato dei minibond e della quotazione nel mercato secondario di borsa per le piccole e medie imprese sia un passo necessario per farle crescere?
Si, ma farei una differenza: i minibond possono essere preziosi ma non indirizzano il problema della sottocapitalizzazione. Per queste occorre equity, capitale di rischio. Questo capitale può venire o dall’imprenditore o dal mercato di capitali o da private equity oppure anche dai benefici che le normative tipo la legge Ace o la super-Ace possono portare, e quindi l’equity rappresenta la priorità maggiore come punto di vista di tutti gli strumenti che favoriscono la maggior capitalizzazione delle imprese. Più capitale di rischio dà anche fiducia alla banca. I minibond sono un eccellente strumento per aumentare la capacità creditizia di imprese buone, e di dimensione medio-piccola, ma non minuscola (in genere non inferiore ai 50 milioni di euro di fatturato). Questo perché costi fissi tangibili e perché nel momento in cui vengono collocati sul mercato devono essere trasparenti e offrire eccellenti prospettive di rimborso.

Se dovesse indirizzare una piccola media impresa verso l’estero, le darebbe qualche indicazione di qualche paese attraente oppure è meglio che la stessa impresa capisca dove andare in base ai propri prodotti?
Non ci sono ricette buone per tutti. Se un’azienda è all’inizio dell’internazionalizzazione iniziare dai mercati più vicini può avere un senso, anche in relazione agli sforzi manageriali (spesso la capacità manageriale più ancora del capitale rappresentano il vero “collo di bottiglia”); dopodiché, ogni impresa troverà il mercato che maggiormente è confacente rispetto alle caratteristiche dei propri prodotti.

Parliamo dei Commercialisti come categoria; in che modo possono stringere delle alleanze con la banca UNICREDIT?
Credo che ci possano essere diversi meccanismi, abbiamo parlato del tema della capitalizzazione e certamente quello è un importante fronte di collaborazione. Noi abbiamo anche introdotto una serie di servizi e prodotti incentivanti, quindi magari dialogare insieme su come renderli ancor più adeguati e mirati per i clienti può essere una strada importante sulla base del grande rapporto fiduciario che esiste tra impresa e commercialista; il fatto di poter avere il commercialista, che suggerisce le varie soluzioni miranti a ricapitalizzare l’impresa, questa è un’alleanza oggettiva molto importante. Un altro fronte può essere quello di indirizzare assieme le opportunità di internazionalizzazione della singola impresa. Su questo siamo pronti a prestare consulenza e farlo insieme all’assistenza di un commercialista è qualcosa che può essere particolarmente efficace. Perché, in tante di queste situazioni, credo che commercialisti e banca sono sulla stessa barca: supportare il successo e la crescita dei nostri clienti imprenditori.

___________________________________
Roberto NICASTRO
, direttore generale UNICREDIT 

Condividi su:      

N. 7 - Lug./Ago. 2014
 
Editoriale
Questo numero di Press esce, per una felice coincidenza, all'indomani...
 
 
People
Secondo il DG per le politiche di internazionalizzazione del...
 
 
Secondo il presidente dell’ICE saranno le piccole e medie imprese,...
 
 
Per l’AD e direttore generale di Simest le aziende italiane...
 
 
Per il direttore generale di Unicredit l’impresa che internazionalizza...
 
Pagine < 1 > di 1
Articoli per pagina
© Copyright 2010  CNDCEC  - Piazza della Repubblica n. 59 - 00185 Roma - CF e P.Iva 09758941000 Tutti i diritti riservati Note legali  - Privacy
info@commercialisti.it  | consiglio.nazionale@pec.commercialistigov.it  | credits