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Tripoli: “Per le pmi il futuro si gioca sull'export"
Secondo il DG per le politiche di internazionalizzazione del MISE, occorre preparare le aziende a cogliere le chance che gli accordi di libero scambio offrono al Made in Italy
a cura della Redazione
 

Il limite dimensionale delle aziende potenzialmente esportatrici italiane è superabile oppure no? Il Ministero ha attuato delle politiche specifiche in questo senso?
Il sistema italiano è fra quelli di più piccola dimensione a livello europeo, però è anche quello che ha una capacità esportativa tra le più alte a livello europeo. Quindi, la dimensione di per sé non è un vincolo negativo all’esportazione. Questo è sicuramente vero quando si tratta di mercati vicini; le cose cambiano quando si tratta di mercati lontani o di meno tradizionale nostra presenza. E proprio su queste aree di mercato che il Governo ed il Ministero stanno investendo con una pluralità di strumenti: dal sostegno ad una maggiore patrimonializzazione delle imprese, a quello alle forme di aggregazione (si pensi ad esempio ai contratti di rete); per non parlare degli strumenti di supporto alla presenza all’estero anche di piccole imprese, come tutta la strumentazione pubblica messa in campo dall’Agenzia ICE.

Poiché vi sono stime di ripresa economica per l’Eurozona e gli Stati Uniti negli prossimi anni, secondo lei, tra le nostre aziende chi spiccherà il volo verso l’estero?
Il volo verso l’estero lo possono spiccare - e lo stanno spiccando - le aziende di tutti i settori, perché la domanda di beni e prodotti italiani nel mercato mondiale sta crescendo esponenzialmente. Mano a mano che alcuni paesi passano dalla fase di primo sviluppo alla fase di sviluppo industriale e mano a mano che altri paesi passano da una situazione di povertà diffusa a una situazione di quasi benessere, si aprono spazi enormi per i beni di consumo italiani. Pertanto, le aziende che spiccheranno il volo sono quelle che saranno in grado di intercettare questa domanda, le aziende di tutti i settori purché si dotino delle capacità per farlo.

Magari capacità finanziarie?
Capacità finanziarie, capacità organizzative e manageriali, capacità di collegamento con le reti e con i mercati esteri.

Quali sono le nuove politiche di sviluppo che il Ministero intende avviare per dare impulso all’internazionalizzazione delle imprese?
Sul tema dell’internazionalizzazione, l’obiettivo che il Governo si è posto è quello di far crescere il volume dell’export italiano, già notevolmente alto, ma che ancora ha ampi margini di incremento. Dall’export deriva per noi il 30% circa del Pil, mentre per la Germania questa percentuale sale a quasi il 50%. L’Italia ha certamente le potenzialità e le capacità se non di raggiungere, quanto meno di avvicinare la quota di export sul Pil dei tedeschi, agendo sia in termini di volume che di numero assoluto di aziende esportatrici. Attualmente, sono circa 200-210mila le nostre aziende esportatrici: alcune esportano in modo stabile, molte altre in modo casuale. C’è poi una fascia, che abbiamo stimato in circa 70mila piccole aziende, che hanno le capacità e le caratteristiche per passare da saltuariamente a stabilmente esportatrici o addirittura da non esportatrici ad esportatrici: di queste, pensiamo che almeno 20-25mila possano essere portate, nell’arco di due o tre anni, ad essere presenti sul mercato mondiale. Per molte di queste aziende, la domanda dei mercati esteri è domanda di sopravvivenza, nel senso che sostituisce una difficoltà di domanda interna molto evidente. Questo è il primo obiettivo: far crescere il volume del nostro export facendo crescere anche il numero delle aziende esportatrici. Il secondo obiettivo è quello di cogliere le opportunità, che si creeranno nei prossimi mesi grazie agli accordi di libero scambio che si stanno per concludere o che si sono appena avviati, perché essi offrono grandi opportunità per molti settori del nostro sistema produttivo. È necessario pertanto preparare le aziende a cogliere le opportunità derivanti dagli accordi, perché consentiranno di aprire possibilità a molti settori del Made in Italy. Terza linea strategica è quella legata all’irrobustimento delle capacità delle piccole imprese di stare sul mercato, attraverso risorse manageriali specifiche e specializzate. Penso a strumenti quali il temporary export manager, che permette a una piccola azienda di dotarsi temporaneamente di competenze professionali in grado di entrare su mercati che prima non sono stati percorsi. Quarto e ultimo punto: abbiamo verificato l’efficacia di puntare sui grandi eventi che fanno l’immagine del Made in Italy nel mondo. Il Made in Italy è uno dei brand più noti al mondo; tuttavia, perché resti tale, occorre investire, concentrando le risorse promozionali su quegli eventi, “racconti” e canali di promozione che abbiano un forte effetto moltiplicatore sull’opinione di quegli 800 milioni di nuovi potenziali consumatori che – secondo alcune stime - fra qualche anno probabilmente consumeranno italiano. Di questi quattro punti sinteticamente richiamati, sul terzo è fondamentale, per esempio, la collaborazione con il sistema delle professioni.

Quali sono i paesi considerati prioritari per l’export italiano? Puntate più a consolidare la presenza sui mercati tradizionali o alla penetrazione di aree e mercati non attualmente presidiati?
Di recente abbiamo realizzato una ricerca con PROMETEIA, in cui abbiamo individuato mercati maturi vicini (Europa e Stati Uniti continuano ad essere importanti), mercati maturi lontani, mercati emergenti o emersi come la Cina, per finire con quei mercati di non tradizionale presidio ma che stanno crescendo in modo esponenziale. Per restare ai temi di attualità, ad esempio, alcuni mercati dell’Africa sub sahariana, quali Angola e Mozambico, dove il trend di crescita del Pil, e quindi anche della possibilità di presenza delle nostre aziende e relativi prodotti, è esponenziale. Ricordo che la definizione di quali Paesi siano prioritari è tra i compiti principali della Cabina di Regia, che di anno in anno indica una serie di Paesi con una forte domanda potenziale di beni italiani, magari non già adeguatamente colta dalle nostre aziende. Ci sono poi aree in cui la nostra presenza è sottoposta alle variabili sia economiche sia politiche; mi riferisco, per esempio, ad alcuni paesi dell’area del Mediterraneo, come Libia, Egitto, Siria, ecc., dove c’è un’evoluzione costante, per non dire quotidiana, della situazione politica: aree dove la presenza italiana c’è già, ma in cui investire, perché sia più alta, non pare al momento opportuno.

ICE, SACE, SIMEST, Cassa Depositi e Prestiti, Camere di Commercio sono i principali interlocutori pubblici per le aziende che vogliono internazionalizzarsi. A che punto è lo sforzo per meglio coordinare la loro azione?
La situazione è in evoluzione. Sull’ICE è in atto un processo di riorganizzazione, cominciato con la sua ricostituzione sottoforma di Agenzia: la riorganizzazione della rete estera, quella interna alla ricerca di maggiori livelli di efficienza, una rivisitazione dei servizi forniti, sono i driver di tale sforzo. Cassa Depositi e Prestiti, SACE e SIMEST costituiscono il polo finanziario del sostegno all’internazionalizzazione. SACE e SIMEST stanno aggiornando il loro portafoglio prodotti: hanno di solito operato con aziende di media grande dimensione (questo è più vero per SACE e un po’ meno per SIMEST). Ma, come dicevamo, oggi la loro clientela sono anche aziende di minor dimensione, quelle che si affacciano al mercato internazionale per la prima volta e che hanno bisogno di supporto. SACE e SIMEST stanno facendo notevoli sforzi per arricchire l’offerta con prodotti più adeguati alle pmi, sia in termini di costo che di facilità d’uso. Non è per caso che come Ministero dello Sviluppo Economico e Ministero degli Esteri, con ICE, SACE e SIMEST, abbiamo organizzato dei road show, presenze sul territorio che cercano di coinvolgere le aziende che non esportano, proprio per presentare loro le possibilità e i servizi che offrono queste strutture. I primi risultati sono estremamente incoraggianti: nelle prime cinque tappe (ne sono previste altre sei entro la fine dell’anno), abbiamo registrato la partecipazione di oltre 2.000 imprese, con un tasso di soddisfazione rispetto ai contenuti dei seminari - che prevedevano anche una sezione di prima consulenza personalizzata con esperti - di oltre il 95%. Sul tema delle Camere di Commercio, come sappiamo, è in corso un dibattito in Parlamento su come rivederne il ruolo e le modalità di finanziamento. Vedremo cosa sarà deciso dal Governo e dal Parlamento sul punto per capire che ruolo potranno svolgere in tema di internazionalizzazione. Come già accennavo, il maggior raccordo lo stiamo attuando a livello strategico attraverso l’azione della Cabina di Regia; a livello funzionale con un contatto più costante e funzionale tra il Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero degli Esteri e altri settori dell’amministrazione, per esempio il Ministero delle Politiche Agricole per tutto il settore dell’agroalimentare, del contrasto all’italian sounding, ecc., operativamente, con un raccordo sui servizi promozionali che vede nell’Agenzia ICE il soggetto attuatore. Merita poi sottolineare come anche le Regioni abbiamo tenuto una serie di filoni aperti, primo fra tutti quello sulla formazione per gli export manager, su cui puntiamo anche sulla base delle positive esperienze avviate in alcune Regioni. Sappiamo come sia vivo il dibattito anche sul ruolo degli enti regionali, sulle competenze che in questo momento hanno e che si ipotizza di ridisegnare. Spero senza tagliare troppe risorse, perché a forza di tagliare... Noi siamo distanti dalla quota che altri Paesi europei destinano alla formazione sui mercati esteri. Facendo crescere la quota di promozione pubblica e organizzandola bene sui mercati esteri, ne avremmo sicuramente un beneficio più alto, perché abbiamo aziende più piccole, ma capaci di competere, con tecnologie e capacità di adattamento notevoli. Però devono essere aiutate a conoscere e ad entrare sui mercati esteri. Credo che l’esigenza di una virata verso i mercati esteri sia oramai ampiamente condivisa e questo comporta che a ciò si debbano destinare risorse promozionali adeguate.

Scendendo nei numeri, le chiederei anche se a disposizione del Ministero c’è un aumento delle risorse promozionali per gli anni a venire nei vostri piani...
Nel corso di quest’anno stiamo impegnando circa 22 milioni di risorse promozionali straordinarie che ci sono state affidate dall’art. 5 del c.d. Decreto “Destinazione Italia” (decreto legge 23 dicembre 2013, n. 145 convertito con modificazioni dalla legge 21 febbraio 2014, n. 9, pubblicato in G.U. 21 febbraio 2014, n. 43). Su quel che avverrà per il 2015 e gli anni a seguire, non posso ora risponderle con una risposta precisa. C’è un’esigenza di aumentare le risorse a disposizione della promozione per portarle a livello medio. Occorre una grande sensibilità, che trovo anche da parte del Ministro Guidi e del Viceministro Calenda. Rispetto alle dichiarazioni rese sui quotidiani nelle ultime settimane ci sono buone prospettive che il tema sia affrontato positivamente. Il Desk Italia, creato nel 2011, di fatto opera per questa strategia? Su Desk Italia il Governo dovrà prendere delle decisioni per capire come meglio potenziare e organizzare la politica di attrazione degli investimenti in Italia, sapendo che l’attenzione degli investitori esteri, sia industriali che finanziari, nei confronti delle aziende del nostro Paese è cresciuta notevolmente negli ultimi mesi. Occorre riorganizzare non solo una serie di aspetti strutturali, quelli che rendono conveniente o meno investire in un Paese (lì si tocca il tema del fisco, della giustizia, dei tempi dell’amministrazione, tutte questioni che il programma ‘Destinazione Italia’ aveva sollevato); ma serve anche uno ‘sportello’ che accompagni chi è interessato a investire in Italia nel percorso che intende fare. Quindi c’è un aspetto più strutturale e un aspetto più organizzativo.

Quindi un miglioramento delle strategie, ma anche dell’organizzazione complessiva del sistema.…
Sì, una focalizzazione delle strategie sull’estero, non perché l’interno non sia importante, ma perché l’estero ci offre opportunità che dobbiamo cogliere in tutti i campi, dal campo degli investimenti al campo delle professionalità, dal campo delle reti al tema degli scambi culturali. L’internazionale è un campo molto vasto, l’estero rappresenta una fetta importantissima. E la categoria dei Commercialisti come la vede coinvolta nelle attività di sviluppo dei progetti di internazionalizzazione delle imprese? Uno dei tramiti perché il numero delle piccole imprese cresca in modo considerevole è rappresentato dalla funzione di consulenza che svolgono i professionisti. L’impresa o il piccolo imprenditore vede molto spesso che in Italia non ha più mercato o ha un mercato che cala e vorrebbe andare all’estero, ma ha una doppia barriera all’ingresso: quella informativa sui mercati e – quasi sempre – quella formativa, sapere come e cosa fare. Essere ancor più assistito da quello che è normalmente il suo confidente, cioè il commercialista, ma penso anche agli avvocati, ai notai, a coloro che si occupano dei temi lavoristici, sarebbe fondamentale. È il commercialista che può suggerire, guidare nel fare, avendo una conoscenza di questi problemi tale da aiutare l’imprenditore che, quando è piccolo, non ha né informazioni né tempo sufficienti da dedicare. Questo passaggio delle piccole imprese verso l’estero vorremmo farlo coinvolgendo le reti dei professionisti e in primis quella dei commercialisti. Il ruolo che i commercialisti giocano è fondamentale nel futuro dell’export di tutte le nostre imprese: penso anche alla consulenza più raffinata, quando si tratta della partecipazione alle grandi gare internazionali, o a come ci si rapporta con i grandi clienti esteri.

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Giuseppe Tripoli, Direttore generale per le Politiche di Internazionalizzazione e la Promozione degli Scambi del Ministero dello Sviluppo Economico 

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N. 7 - Lug./Ago. 2014
 
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