L'Intervento
 
Una Professione al servizio del Paese
I commercialisti sono diventati una professionalità indispensabile al regolare funzionamento dell’economia e la loro esperienza potrebbe essere ulteriormente posta al servizio del Paese
Giuseppe Roma, Direttore CENSIS
 

Le attività professionali ricoprono una particolare rilevanza nel nostro Paese per tradizione, per struttura e per vocazione. Tre elementi che costituiscono il portato di una particolare antropologia sociale, per la quale la presenza individuale in molti settori dell’economia e della vita comunitaria diventa fondamentale per il funzionamento del sistema nel suo insieme. In questo ambito il crescente ruolo dei dottori commercialisti ed esperti contabili si trova oggi a fare i conti con una crisi produttiva senza precedenti, che ha ridotto il Pil italiano dal 2007 di 118 miliardi di euro e ha sottratto alla base lavorativa circa un milione e centomila occupati. Quindi operiamo oggi in un Paese dove si è ridotto notevolmente il valore della produzione, con conseguenti impatti negativi su tutte le attività economiche, comprese anche quelle dei professionisti. Siamo però ad un punto di svolta: lo smottamento verso il basso sembra essersi fermato e tuttavia i segni di una risalita restano deboli. Bisogna passare all’azione per imprimere una maggiore velocità nella ripresa, per dare un senso alle tante contraddizioni che hanno reso il nostro Paese il regno dell’incertezza, della confusione e dello strapotere burocratico. I professionisti in questo ambito – ed in particolare i commercialisti - possono ricoprire un ruolo di primo piano, in quanto il valore della loro attività costituisce una parte significativa del prodotto nazionale italiano. Con un’incidenza del 4,4% sul Pil l’Italia è, infatti, ai primi posti fra i grandi paesi europei, seconda solo a Regno Unito (5,5%) e alla Francia (4,9%), ma avanti rispetto alla Germania, alla Spagna, ai Paesi Bassi. Anche in termini di produttività i professionisti italiani mostrano una rilevante efficienza, con un valore aggiunto per addetto del 67% superiore alla media europea, mentre l’intera economia italiana si colloca poco al di sotto della media UE. Al di là del dato puramente contabile è ben evidente che l’opera professionale dei commercialisti e degli esperti contabili risulta indispensabile al funzionamento dell’intera economia italiana, al rispetto delle regole della competizione, alla necessaria trasparenza delle attività imprenditoriali, a migliorare il rapporto fra Stato e contribuente. È infatti evidente che nella globalizzazione i sistemi imprenditoriali hanno la necessità di integrare progressivamente i comportamenti di mercato con le logiche dell’internazionalizzazione. Essere entrati nell’area dell’euro non comporta solamente l’aver perso parte della nostra sovranità monetaria, e quindi anche la possibilità di ottenere artificialmente, attraverso la svalutazione, una ripresa di competitività. Proprio appartenere all’eurozona rende indispensabile una proiezione al di fuori del mercato domestico. Per estendere la gittata del sistema produttivo a livello internazionale anche una maggiore competenza, specie riguardo gli strumenti finanziari e gestionali delle imprese. L’acquisizione di competenze in diversi campi che spaziano oltre l’ordinaria gestione contabile può diventare decisiva per lo sviluppo del sistema imprenditoriale italiano. E in un tale ruolo di accompagnamento, consulenza e assistenza ai soggetti produttivi, i commercialisti risultano decisivi, ma altrettanto rilevante è la funzione di raccordo che viene da loro svolta nella relazione fra cittadino e Stato in campo fiscale. Non è certo dalla compilazione delle dichiarazioni fiscali che i commercialisti traggono la principale fonte di reddito e quindi è del tutto fuori luogo porre in relazione le complicazioni esistenti nel pagamento dei tributi con qualche interesse professionale. È noto come vi siano altri soggetti (soprattutto di tipo sindacale) specializzati in questo tipo di attività. La presenza di un professionista è invece da considerarsi fondamentale per limitare la diffusa pratica dell’evasione fiscale. Proprio in una ricerca Censis, realizzata per conto del Cndcec emerse, qualche anno fa, come l’atteggiamento dei cittadini fosse cambiato, rovesciando il rapporto causa-effetto fra pressione fiscale ed evasione. In quell’occasione, infatti, la maggioranza dei cittadini (anche se non straripante) individuava nell’esistenza di ampie sacche di redditi sommersi una delle ragioni del pesante prelievo fiscale sui contribuenti italiani. L’apporto dei professionisti mitiga la spontanea reticenza degli italiani nel pagare le tasse. I commercialisti sono, infatti, in grado di consigliare nel modo più opportuno la propria clientela, di metterla sull’avviso dei rischi che corre nell’eludere una piena trasparenza fiscale, arrivando fino al rifiuto di sottoscrivere comportamenti e dichiarazioni eticamente improprie. Infine, dobbiamo considerare come la produzione legislativa e le regole burocratiche siano diventate nel nostro Paese così eccessive, che nessun operatore economico, anche di piccola dimensione, sarebbe in grado di farvi fronte senza la consulenza di un professionista. Le burocrazie sembrano i veri padroni della nostra economia, in grado di frenare l’entusiasmo e la spinta degli imprenditori a svilupparsi, di porre in ogni legge un qualche “trabocchetto” della cui interpretazione neppure gli uffici preposti sanno dare una spiegazione univoca. I dottori commercialisti e gli esperti contabili sono quindi diventati una professionalità indispensabile al regolare funzionamento dell’economia e la loro esperienza potrebbe essere ulteriormente posta al servizio del Paese. Anche il Governo Renzi, come la gran parte di quelli precedenti, si è posto la finalità di ridurre il Moloch burocratico, di disboscare le normative dall’eccesso in cui siamo sprofondati, di dare ai burocrati il compito di tutori dei veri interessi pubblici e non di dittatori delle leggi. Questi ottimi propositi, come sappiamo, non sono facili da realizzare, a meno che non si introduca qualche idea nuova. Una proposta potrebbe essere quella di limitare l’intervento dello Stato nella tutela delle regole pubbliche. Non necessariamente la res pubblica viene garantita dalla gestione burocratica statale. I commercialisti potrebbero assolvere egregiamente al compito di certificazione e di autorizzazione in molti campi. È nel loro bagaglio professionale quello di rivedere e controllare i conti, ma altrettante competenze potrebbero dispiegarle nel rivedere i percorsi e le procedure riguardanti l’operatività dell’impresa e dei soggetti economici. Se lo Stato facesse un passo indietro, demandando ai professionisti, alla loro etica, alla loro deontologia il compito di essere garanti della fede pubblica, avremmo certamente contribuito a realizzare due obiettivi di cui si sente gran bisogno: la semplificazione burocratica e un incremento dell’occupazione qualificata in ambito professionale. E sarebbe un gran bene per l’Italia.   

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N. 3 - Marzo 2014
 
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