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Mio: “L’informativa non financial, un’opportunità di crescita anche per la Professione”
L’ambiente e la socialità devono essere percepiti come un modo per rafforzare la posizione dell’impresa sul mercato. E i commercialisti sono fondamentali per far cogliere loro questa opportunità strategica
di Marcella Caradonna
 

L’ambiente sta assumendo un valore sociale sempre più importante e da tutelare in tutti gli ambiti, compreso quello produttivo. Da qui l’esigenza delle imprese di comunicare quanto viene fatto in materia. Si parla quindi di bilancio ambientale… ma cosa si intende con questo termine?

Sul tema, a settembre, la Commissione Europea ha definitivamente licenziato l’emendamento alla Quarta direttiva (che, di conseguenza, dovrà essere recepita negli Stati membri, compresa l’Italia, entro due anni). In essa si stabilisce che vi è l’obbligatorietà di informative non financial negli annual report, quindi nei fascicoli di bilancio per le quotate, per le aziende con più di 500 dipendenti, per le aziende di pubblico interesse, fermo restando la possibilità degli Stati membri di estendere il campo di applicazione. In attesa di questa obbligatorietà, a latere dell’informativa propria del bilancio d’esercizio, l’informativa non financial si trova già da qualche tempo frequentemente declinata in una delle seguenti tre forme: report (o bilancio) di sostenibilità, report ambientale, report sociale. Il bilancio ambientale, in particolare, rende conto degli impatti dell’azienda sull’ambiente, concentrandosi, quindi, sullo stakeholder ambiente. Con questo documento, di solito, si rendiconta sul tema rifiuti (approccio alla dematerializzazione, cioè all’uso di meno materie possibili - CO2, carbon footprint, water footprint,...-) ovvero di tematiche legate ai fattori ambientali. È chiaro che sul focus ambientale sono più sensibili le aziende che lavorano in settori dove l’ambiente è impattante, come ad esempio quello chimico e tessile, e che possono, se non ben gestite, causare danni all’ambiente. Altre aziende invece, dove i temi ambientali non sono così centrali, redigono i bilanci sociali. In relazione alle singole situazioni, la comunicazione può essere rivolta allo stakeholder risorse umane e/o comunità, e altri ancora prendono complessivamente tutti i loro impatti e fanno un report di sostenibilità, sommando o combinando i due.

Quali sono i costi ed i benefici per una piccola media impresa che vuole volontariamente introdurre questo tipo di comunicazione? Che cosa può condurre a effettuare una scelta di questo genere?

Le spinte possono essere di tipo endogeno, cioè un’azienda vuole far percepire il vantaggio competitivo e vuole crearsi quindi un premium price o una posizione di mercato, perché si fa riconoscere come rispettosa dell’ambiente o dei diritti umani o di alcune pratiche; quindi investe in questi settori perché ritiene di averne un vantaggio, o di quota di mercato o di immagine. I costi sono legati alla produzione di informazioni. Però, le aziende che investono in ambiente, in socialità, sono aziende che gestiscono queste leve, quindi minimizzano il rischio; pertanto, sono investimenti che poi si traducono in mancati costi del futuro per adeguarsi o per pagare multe. Nel lungo termine si spende sicuramente di meno a investire prima.

È una forma di prevenzione...

Assolutamente sì. E poi il vantaggio di fare l’investimento prima, volontariamente, consente al management di scegliere il momento finanziariamente più adeguato. Quando l’azienda paga la multa o deve fare l’investimento obbligatorio per legge, non è detto che sia nelle condizioni di equilibrio finanziario migliore per sostenere quella dimensione di investimento.

E noi commercialisti che ruolo possiamo avere nella sensibilizzazione verso le piccole-medie imprese, in relazione proprio all’importanza che questi temi sono destinati a rivestire anche a seguito dell’introduzione della citata normativa?

I commercialisti sono fondamentali per aiutare gli imprenditori ad avere una visione strategica, dove anche l’ambiente e la socialità devono essere percepiti non come un burden, un carico, ma come un modo per rafforzare la propria posizione sul mercato. Questo vale anche per le piccole imprese, per distinguersi dal competitor e magari per diversificare i clienti, aggredire nuove filiere, i mercati, per esempio nel Nord Europa e/o Centro Europa. Il commercialista, da sempre vicino alla vita della azienda, può sensibilizzare e far capire che mettere in sicurezza la propria società è un obiettivo raggiungibile con poco sforzo. Da parte nostra dobbiamo sapere che, per affrontare queste tematiche, serve un approccio di informazione affidabile dal punto di vista della spendibilità del bilancio.

Spesso si ritiene che la redazione di questi documenti sia di competenza di esperti nella specifica materia, è così?

La presenza di dati tecnici (per esempio la quantità di CO2, la quantità di acqua) è certamente garantita dagli esperti nella materia, ma solo noi sappiamo trasformarli in informazioni utili per gli investitori finanziari e per l’imprenditore.

La realizzazione di questo tipo di report sta ormai entrando nella prassi delle grandi imprese, ma quale è la situazione nel segmento delle pmi?

Oggi le aziende piccole vivono una crisi che va ricucita, fra ciò che comunicano nel bilancio e che vedono come un costo (e quindi essendo un costo, un fastidio per cui non ci mettono attenzione), e ciò che invece comunicano nel web o nella documentazione destinata ai clienti, dove già molte piccole aziende fanno sapere ai clienti quanto sono proattive sull’ambiente, quanto sono attente ai temi sociali, quanto si agganciano a tematiche di attenzione alle risorse umane. E questa informativa, oggi molto diffusa, in ottica di marketing, è già presente nelle brochure e nei siti web aziendali. Il compito di noi commercialisti è quello di far presente all’imprenditore che bisognerebbe mettere un po’ più in ordine e farla assurgere a informazione istituzionale a livello azienda.

Quindi possiamo dire che è un’idea più che altro di cultura, di approccio alla comunicazione?

Sì, che deve essere percepita non come marketing, ma come un modo per elevare il bilancio a documento, una sorta di carta di identità dell’impresa, che la introduce nel mondo delle banche e in quello dei clienti, che parla di sé a tutto tondo, del suo equilibrio economico finanziario, della sua capacità di creare valore. Mentre oggi tutto ciò è molto sottostimato ed assolutamente non valorizzato.

È il motivo per cui Press ha scelto di dedicare questo mese a queste tematiche. Al di là dei numeri, l’azienda è una realtà e questa realtà va comunicata...

A tutto tondo. Oggi moltissime piccole imprese che insistono nelle filiere, nei distretti, sono interessate da questi stimoli perché il loro cliente, spesso di grande dimensione nella subfornitura, nella supply chain, impone la rispondenza a questi requisiti per avviare rapporti commerciali. Molte aziende dei distretti, delle filiere, vivono già queste richieste. Noi dobbiamo, però, farli uscire da un’ottica passiva, perché lo chiede la grande azienda, e far loro comprendere come può essere un vantaggio competitivo investire anche in altri contesti.

Questo approccio costituisce anche un percorso per ridurre i rischi d’impresa...

Sì. È evidente che un’azienda che ha, come strategia, un risk assessment dinamico, se vuole minimizzare i rischi ambientali, sociali, i rischi della competizione, deve presidiare questi temi. Si pensi, sempre in un’ottica di risk assesment, come quanto detto può incidere rispetto al rischio, per esempio, di perdere posizioni, che una nuova normativa butta fuori dal mercato.

E per la Professione?

Per la Professione questa è una grandissima opportunità, per uscire da solchi già battuti da alto tasso di competizione. Questi di cui stiamo parlando, invece, sono dei mondi dove un professionista può interpretare molto bene il ruolo di supporto, counselor, consulente dell’azienda, per aiutarlo a creare valore; è veramente una professione che può spaziare senza grandi competitor.

E ci vuole una formazione particolare?

Una formazione aziendale, ma è già nel nostro percorso di studio e poi, ovviamente, anche una specifica formazione, ma facilmente acquisibile. In altre parole, in questa area di consulenza vi è una tecnicalità, ma la barriera di ingresso non è alta.

A conclusione di questo interessante colloquio, vuole mandare un messaggio ai lettori di Press?

Oltre che sensibilizzare ancora i Colleghi verso questo tipo di consulenza, vorrei lanciare un messaggio politico e sociale. Trovo totalmente anacronistico che il settore pubblico non sia obbligato a predisporre dei report di sostenibilità. Realtà come un ospedale, una scuola, un’università, una casa di riposo non devono rendere conto alla comunità solo in relazione ai risultati economici, ma dovrebbero essere vincolati a predisporre e comunicare una rendicontazione sulle ricadute ambientali e sociali di questi organismi vocazionalmente orientati al bene comunque.

È sicuramente un auspicio importante perché tale approccio potrà essere la dimostrazione di un profondo cambiamento culturale...

Sì e noi commercialisti dobbiamo, a mio avviso, impegnarci presso le sedi competenti perché questo avvenga al più presto cogliendo, come opportunità, l’introduzione dell’emendamento alla Direttiva. Il nostro ruolo è strategico e spero che nei colleghi si sviluppi questa consapevolezza e venga colta questa opportunità.

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Chiara Mio, Professore Ordinario presso il Dipartimento di Management dell’Università Ca’ Foscari di Venezia 

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N. 11 - NOVEMBRE 2014
 
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Sullo sfondo di un elevato grado di crisi di fiducia e di allarmante...
 
 
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