L'Intervento
Gestire la crisi, non tutto è così semplice
La corretta gestione della crisi passa anche da una adeguata applicazione degli obblighi degli amministratori e di controllo dell’operato degli stessi a cura del collegio sindacale
Marcello Pollio, Odcec di Genova
 

L’ampliamento delle soluzioni negoziali della crisi d’impresa e la più facile attivazione dei nuovi strumenti di composizione non deve fare venire meno l’attenzione degli organi societari alle responsabilità gestorie. Il rischio, infatti, è addirittura aumentato con l’introduzione del c.d. concordato preventivo con riserva. Dal 2005 in poi il nostro legislatore ha introdotto molte nuove opportunità per evitare il fallimento e preservare la continuità delle aziende in difficoltà. Le soluzioni sono oggi modulate e modulabili a seconda della gravità della crisi dell’impresa per cui lo stesso legislatore ha ipotizzato vari strumenti alternativi o tra loro combinabili. In base alla profondità della crisi gli strumenti sono:
(i) il piano attestato di risanamento stragiudiziale,
(ii) l’accordo di ristrutturazione dei debiti, e
(iii) il concordato preventivo (sia con continuità aziendale sia di tipo liquidatorio).
Con il “decreto sviluppo” (d.l. 83/2012, convertito nella legge 134/2012), poi, è stato introdotto il meccanismo del “concordato preventivo prenotativo” (o anche detto concordato preventivo in bianco o concordato preventivo con riserva), definito da alcuni il “Chapter 11” all’italiana. Lo strumento permette, con una semplice domanda assai scarna e con allegazioni pressoché minime di chiedere un termine al tribunale per depositare successivamente il piano e la proposta di composizione della crisi del debitore. Con il ricorso ed entro ventiquattro ore dalla presentazione il debitore può ottenere, con poco sforzo e “automaticamente”, tutti gli effetti tipici del concordato preventivo, ovvero: a) il blocco delle azioni esecutive; b) il blocco dei pagamenti dei creditori anteriori alla trascrizione del ricorso al Registro delle imprese; c) il blocco del decorso degli interessi sui debiti chirografari; d) l’inefficacia delle trascrizioni pregiudizievoli per ipoteche giudiziali avvenute nei 90 giorni precedenti; e) il decorso del termine delle azioni revocatorie fallimentari dalla data di iscrizione del ricorso al Registro delle imprese. Inoltre il debitore può beneficiare di altre opportunità che il tribunale può eventualmente concedere su istanza del debitore. I benefici sono evidenti e il larghissimo (e facile) utilizzo del meccanismo del concordato preventivo in bianco è stato dimostrato dalle statistiche rese note da Cerved (si veda in particolare Osservatorio Cerved 11/2013 in
www.cerved.it), che tuttavia ha anche messo in evidenza come solo una minima parte delle domande con riserva porti ad una effettiva e fattibile proposta ai creditori. La fase di predisposizione di un piano di soluzione negoziale della crisi ed i tempi per definire la soluzione, infatti, sono spesso complessi e disseminati di insidie. Le difficoltà ed i rischi di insuccesso rendono ancora più pericolosi, talvolta, i tentativi di salvataggio o di raggiungimento di componimenti alternativi al fallimento. In questi contesti, infatti, le responsabilità degli organi sociali devono avere estrema priorità. Una disposizione assai poco messa in luce ed anzi spesso sottovalutata è il secondo comma dell’art. 182 sexies della legge fallimentare. La norma dedicata all’ipotesi di riduzione o perdita del capitale delle società in crisi, tuttavia fissa un parametro assolutamente importante e “pericoloso” per tutti gli amministratori di società che devono gestire il periodo di crisi che precede la definizione di una soluzione negoziale con i creditori. Il predetto articolo 182 sexies prevede che, dal deposito della domanda di concordato preventivo o di accordo di ristrutturazione dei debiti e sino all’omologazione dello strumento, non operano le disposizioni del Codice civile che obbligano ad intervenire sul capitale sociale o allo scioglimento della società. Il secondo comma della disposizione, però, enfatizza l’obbligo per gli amministratori di amministrare la società secondo una gestione conservativa e prudente, nell’interesse dei creditori. Infatti, la norma prevede che “resta ferma, per il periodo anteriore al deposito delle domande e della proposta di cui al primo comma, l’applicazione dell’art. 2486 del codice civile”. L’art. 2486 c.c. è la disposizione che stabilisce le modalità di gestione della società in difficoltà (che ha manifestato cioè le cause di scioglimento) sino alla data in cui vengono nominati i liquidatori e quindi cessano dall’incarico gli amministratori. Gestire la crisi dell’impresa, pertanto, ancorché oggi si debba ritenere che sia una specifica responsabilità degli amministratori tentare una composizione negoziale della crisi prima di decidere di portare i libri in tribunale e quindi chiedere il fallimento dell’impresa, comporta innanzitutto un’appropriata conoscenza delle regole e degli obblighi degli organi societari in una fase complessa e rischiosa come quella di cui si discute. La crisi, infatti, può sempre sfociare in una patologia, con il conclamarsi dell’insolvenza e l’emersione di reati fallimentari, quali la bancarotta fraudolenta. Ipotesi che vedono azioni poste in essere in una fase anteriore al fallimento e che in un normale contesto non potrebbero in alcun modo essere qualificate come reati, ma con l’apertura (solo) del fallimento divengono invece fattispecie penalmente rilevanti. Gli organi societari, pertanto, in situazioni di crisi non possono in alcun modo ritenersi sollevati dai rischi o dalle responsabilità della gestione sociale per il solo fatto che sia stato attivato un procedimento di composizione della crisi, quale che sia, anche attraverso le modalità e l’applicazione virtuosa consigliata dalla prassi(1). Gli obblighi di corretta gestione e di conservazione dell’integrità del patrimonio sociale devono, infatti, essere sempre messi al centro e anzi in ipotesi di possibile default occorre ricordare che gli amministratori “conservano il potere di gestire la società, ai soli fini della conservazione dell’integrità e del valore del patrimonio sociale”, divenendo, in caso di inosservanza, responsabili personalmente e solidalmente dei danni arrecati alla società, ai soci, ai creditori sociali ed ai terzi. La situazione si complica se si pone mente alle limitazioni alla gestione sociale che si verifica in ipotesi di ricorso al concordato preventivo con riserva ex art. 161, sesto comma, l.fall., poiché il regime autorizzativo interinale a tale fase richiede talvolta il preventivo intervento del tribunale. La corretta gestione della crisi passa dunque anche da una adeguata applicazione degli obblighi degli amministratori e di controllo dell’operato degli stessi a cura del collegio sindacale. 

_________________________________________________________ (1) Si veda sul punto il documento delle Linee guida al finanziamento delle imprese in crisi, versione 2014, dell’Università di Firenze, Assonime e Cndcec in
www.nuovodirittofallimentare.unifi.it o il principio di comportamento n. 11 del collegio sindacale emanato dal Cndcec.  

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N. 4 - Aprile 2014
 
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