L'Intervento
Riflessioni sul Jobs Act
Si attendeva da tempo un lavoro di “semplificazione” e collegamento tra tutti gli attori del mercato del lavoro che, si spera, possa finalmente realizzarsi nell’interesse comune...
Lorena Raspanti, Salvatore Stifanelli
 

Il Presidente del Consiglio dei Ministri sta indubbiamente imprimendo un’accelerazione sull’approvazione della delega al governo per il riordino del mercato del lavoro, ma è altrettanto evidente che, ad un paese come il nostro, risulta particolarmente difficile accettare, o solamente condividere, processi di cambiamento strutturale, che in qualche modo vadano in controtendenza. Concordemente a quanto più volte espresso, la sfida a cui s’è chiamati è principalmente culturale, oltre che economica e progettuale. Fino a quando non si avrà una reale percezione di identità nazionale, fino a che si perseguiranno soli interessi personali, senza tenere in alcuna considerazione il bene-essere del Paese o, in ambito più ristretto, della propria comunità locale, tutto quello che si potrà dire o meglio indicare come strumento correttivo di disfunzioni o cattiva amministrazione, servirà a ben poco. “Una riforma delle riforme” così è stata anche definita, considerato che, ancora una volta, pone l’accento su istituti normativi che, proprio per la loro poca semplicità di gestione, non hanno prodotto finora i risultati attesi, in particolare sul fronte giovanile. Quanto indicato nel testo del cosiddetto “Jobs Act”, così come riformulato dal maxi emendamento del Senato, contiene spunti, certamente ambiziosi, che dovrebbero condurre l’Italia a dotarsi di un corpus giuridico più snello ed efficace. Se il principio ispiratore della legge delega è “la razionalizzazione e la semplificazione” del sistema delle politiche attive e delle politiche passive che interessano il mondo del lavoro, l’attenta lettura e la corretta applicazione di istituti normativi già attualmente vigenti (norme già previste e magari ancora non attuate!), porterebbero alla realizzazione di quasi il 50% di quanto in essa previsto. E a tal proposito gioverebbe dar corso a quanto scriveva un autore, sconosciuto ai più, già nel 1766. Ebbene, Giacinto Dragonetti, nel suo trattato dal titolo “Delle virtù e dei premi”, rappresentava come fosse molto più contagiosa la “virtù” del “vizio”. Solo che, per far sì che ciò avvenga, è necessario prevedere norme premiali per coloro i quali rispettano le regole, per evitare di trarre la conclusione che rispettarle non serva a nulla. Più che una vera e propria riforma, si dovrebbe procedere ad un taglio drastico di norme e interventi che, in forma derogatoria e spesso anche confusionaria, hanno modificato i termini applicativi di disposizioni che se ben attuate e monitorate, avrebbero potuto essere più che funzionali. Allo stesso modo si attendeva da tempo un lavoro di “semplificazione” e collegamento tra tutti gli attori del mercato del lavoro che, si spera, possa finalmente realizzarsi nell’interesse comune della ripresa dell’attività lavorativa e dello sviluppo dell’economia stagnate, probabilmente anche per eccesso di “burocrazia”. Molto azzeccata appare quindi la previsione di non voler più autorizzare CIGS ad aziende in chiusura, come del resto già previsto dalla stessa legge 223/91, ma da sola non è efficiente. Sugli ammortizzatori sociali è pacifico che il quadro normativo attuale appare appesantito da tutti gli interventi di “proroghe e deroghe” che hanno trasformato strumenti “per pochi a carattere straordinario” in strumenti “ordinari, per tanti e incontrollati”. Il sistema delle deroghe, iniziato nel 2009 per tutelare altri settori o lavoratori di piccole aziende colpite dalla “crisi” generale del mercato, ha fortemente falsato i termini della questione e quello che era diventato un intervento a carattere “eccezionale” è praticamente diventato uno strumento ricorrente, anche di prosecuzione ad interventi ordinari già fruiti, privilegiando magari particolari settori piuttosto che altri, ed escludendo di fatto datori di lavoro definiti “non imprenditori”. Per questo gli ammortizzatori sociali dovrebbero avere durate limitate, regole certe di accesso, che ne garantiscano una fruizione immediata, prevedere controlli più pregnanti sulla ripartizione delle risorse tra aziende beneficiare e soggetti percettori. Nella realtà dei fatti, politiche passive che non dialogano con politiche attive hanno prodotto l’impossibilità di monitorare situazioni in cui lavoratori, in godimento di ammortizzatori vari, riescono a lavorare “in nero” per non perderne la fruizione. Ecco dove risiede la vera rivoluzione culturale da condurre, perché fin quando si continueranno a creare sacche di “privilegiati” a carico della collettività, non si perseguirà l’interesse nazionale. Parimenti non in linea con l’idea di risanamento è la potenziale estensione dell’Aspi ai Co.co.co.. Ove tale rapporto si configuri genuinamente di natura autonoma, allargare a tali soggetti il beneficio comporterebbe un’anomala gestione di un sistema di tutela non prevista per le altre categorie di lavoratori autonomi (vedi art. e com.), costituendo, parimenti, un invito all’utilizzazione del contratto di collaborazione non in linea con la previsione normativa originaria, che avrebbe dovuto tutelare una forma “atipica” di lavoro non subordinata. Maggiore partecipazione nella fase di ricerca del lavoro; banche dati nazionali o europee del mercato del lavoro che possano facilitare l’incrocio tra domanda ed offerta, riuscendo a sprovincializzare i paesi europei, conferendo loro una vera integrazione e monitoraggio del lavoro; corsi di riqualificazione professionale mirata, piuttosto che ammortizzatori che spingono solo verso l’inedia: questi dovrebbero essere le linee guida degli interventi da proporre. Un nuovo Testo unico delle norme in materia di lavoro che possa razionalizzare e ridurre la copiosa mole di leggi che, talune volte, risultano di difficile raccordo anche per gli addetti ai lavori. In ultima analisi, è possibile escogitare strumenti tra i più bizzarri, ma quando si realizza una stagnazione dei mercati, alle imprese poco interessa la riduzione del costo del lavoro se inteso come agevolazione per nuove assunzioni, perché non possono proprio permettersi di assumere in mancanza di commesse. Da qui, reminiscenze universitarie risvegliano teorie macroeconomiche keynesiane ormai sopite, che ci dicono che il livello di occupazione è determinato dalla somma dei consumi e degli investimenti; è contrario al risparmio, perché risparmiando non si consuma, di conseguenza non si produce e si crea disoccupazione e impossibilità di investimenti. In buona sostanza, si afferma che sono giustificabili le politiche destinate a stimolare la domanda in periodi di disoccupazione, ad esempio tramite un incremento della spesa pubblica. Poiché Keynes non ha piena fiducia nella capacità del mercato lasciato a se stesso di esprimere una domanda di piena occupazione, ritiene necessario che in talune circostanze sia lo Stato a stimolare la domanda stessa. Ovviamente sono teorie che possono essere più o meno condivise, ma se si desse corso a tutti gli investimenti infrastrutturali necessari per rendere il nostro Paese competitivo nello scenario globale, se si avviassero tutte quelle opere di risanamento del territorio e dei beni artistico-architettonici, utilizzando pienamente i contributi messi a disposizione dalla Comunità Europea, si potrebbe far ripartire, ad esempio, un settore trainante come l’edilizia che, già nel passato, ha determinato il boom economico del “Bel Paese”, senza per questo tralasciare il settore turistico a vocazione naturale, che proprio tra i giovani troverebbe linfa vitale.

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N. 10 - OTTOBRE 2014
 
Editoriale
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