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Longobardi: “In campo per ripartire”
“Fisco e giustizia civile - spiega il neo Presidente del Consiglio nazionale nella sua prima intervista a Press - i due fronti più caldi, ma il lavoro da fare è tanto in tutti i campi”
di Mauro Parracino
 

Correre, perché siamo stati fermi per troppo tempo. Ricostruire, perché gli ultimi due anni di conflitti interni alla professione hanno lasciato molte macerie. Il nuovo presidente dei commercialisti italiani, Gerardo Longobardi, in carica dal 31 luglio, sa che il lavoro che lo attende è enorme. “Sento il peso di questa grande responsabilità”, afferma, “dell’urgenza di riconquistare in breve tempo le tante posizioni perdute. Ma sento anche la voglia di pacificazione che sale dalla Categoria, dopo un periodo davvero troppo lungo di lacerazioni. Io, e con me tutti i nuovi consiglieri nazionali, ce la metterò davvero tutta”.

Presidente, la sua elezione ha posto fine ad un travaglio durato oltre un anno e mezzo. I Commercialisti, con il commissariamento del Consiglio nazionale prima e poi con i ripetuti stop and go sulle elezioni, sono rimasti a lungo privi di governance. Da dove si ricomincia?

Dalla consapevolezza piena che proprio l’assenza prolungata di un Consiglio nazionale ha fatto scomparire i commercialisti italiani dai radar della politica e delle Istituzioni. La realtà è questa, inutile girarci intorno. Siamo stati forzatamente assenti dal dibattito su tutte le principali questioni rilevanti per la professione, a cominciare da quello, strategico, sulla delega fiscale. Per questo affermo che l’impegno prioritario di questo Consiglio non può che essere quello di ricostruire con tenacia, e direi praticamente ex novo, una rete di relazioni, ad ogni livello, proprio con le Istituzioni e con la politica. Bisogna riaffermare il senso della nostra presenza, della nostra funzione e delle nostre istanze, all’interno come all’esterno, con le Istituzioni come tra i nostri Iscritti. Ma questa consiliatura parte con tempi dimezzati. Dobbiamo ricostruire correndo. Per questo mi capita spesso di pensare alla Regina di cuori dell’Alice nel Paese delle meraviglie di Lewis Carroll che diceva “qui devi correre più che puoi per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte, devi correre almeno il doppio”.

Ecco, dovremo correre senza fermarci mai. Qual è il dossier più scottante sulla sua scrivania?

Quello relativo al fisco, senza dubbio. Perché un fisco migliore aiuta noi commercialisti e tutti i cittadini contribuenti. E perché negli ultimi anni ci si era un po’ dimenticati di costruire un rapporto dialettico con l’Amministrazione finanziaria che tenesse nella giusta considerazione le esigenze e le sofferenze dei professionisti economici. Qui non si tratta di mettere in scena il solito copione di lamentazione corporativa, ma di tornare a chiamare le cose con il proprio nome: i commercialisti italiani svolgono con scrupolo il ruolo di intermediari qualificati, ma non è più possibile tacere sullo stress costante al quale i nostri Colleghi sono sottoposti. La farraginosità del sistema tributario non aiuta i cittadini e le imprese e penalizza pesantemente i professionisti. Un dato di fatto incontrovertibile e non più tollerabile.

Da questo punto di vista, la delega fiscale introduce elementi di novità?

Sui principi che la ispirano il nostro è un giudizio complessivamente favorevole. Ma al suo interno ci sono anche delle criticità che ci riguardano direttamente, sulle quali abbiamo già espresso in più sedi la nostra contrarietà. Mi riferisco, ad esempio, alle norme che, in caso di visto di conformità infedele sul 730 precompilato dall’Agenzia delle Entrate, addossano ai professionisti abilitati o ai CAF, non solo le sanzioni che sarebbero a carico del contribuente, ma anche le maggiori imposte e i relativi interessi. Norme inaccettabili perché, a nostro avviso, palesemente incostituzionali, che chiediamo siano eliminate. Con il Ministero dell’economia e delle finanze abbiamo nei giorni scorsi aperto un’importante interlocuzione, essendo stati chiamati dal Viceministro Casero al tavolo sulla delega, al quale non faremo certo mancare proposte costruttive, incentrate in particolare su due questioni per noi irrinunciabili: semplificazione e chiara definizione dell’abuso del diritto.

Ci spieghi meglio

Un fisco nuovo, costruito attorno ad un rinnovato patto tra Stato, contribuenti ed intermediari, deve porsi innanzitutto l’obiettivo di una radicale semplificazione. Nelle norme, nella tempistica, negli adempimenti, nel rilascio dei software necessari per la compilazione delle dichiarazioni fiscali. Si tratta semplicemente di costruire condizioni minime per un lavoro sereno, privo delle attuali incertezze di ogni genere con le quali dobbiamo fare quotidianamente i conti. Una svolta che avrebbe effetti positivi su tutto il sistema. Inoltre, e questa è l’altra questione sensibile, va fatta chiarezza definitiva su dove si collochi l’esatto confine tra rispetto delle norme, elusione ed evasione. Una definizione stringente e finalmente inappellabile del concetto di abuso del diritto sarebbe la riforma delle riforme, dando certezza delle norme a chi vuole continuare a fare impresa e ad investire nel nostro Paese.

In queste prime settimane di attività è stato molto impegnato anche sul fronte giustizia. Ad oggi i commercialisti sono fuori dagli istituiti dell’Arbitrato e della Negoziazione introdotti dalla riforma della giustizia civile, affidati di fatto in esclusiva agli Avvocati. È una situazione recuperabile?

Questa vicenda è un esempio paradigmatico dello scotto che paghiamo del deficit di rappresentanza di questi anni. Possiamo recuperare? Posso solo dire che il nostro impegno in tal senso è totale. Pochi giorni fa abbiamo incontrato il Ministro della giustizia Orlando, al quale abbiamo manifestato il nostro punto di vista: se il legislatore ci riconosce competenze specifiche in un ampio ventaglio di istituti giuridici, quelle stesse competenze non può ignorarle nel momento in cui mette in campo strumenti deflattivi dei contenziosi in corso come arbitrato e negoziazione, che noi appoggiamo senza riserve, come facemmo già a suo tempo con la mediazione. E’ una contraddizione in termini, che priva lo stesso Governo delle nostre competenze nel momento in cui, con la riforma, prova a dichiarare una sacrosanta guerra santa ai tempi troppo lunghi della giustizia civile e all’insopportabile fardello degli arretrati. Ad Orlando abbiamo detto: massimo rispetto per i cugini avvocati, ma in tema di risoluzione alternativa delle controversie i commercialisti sono da anni in campo con risultati eccellenti e incontestabili.

 

Altro tema caldo è quello dei controlli societari

Un altro caso di una sofferenza della nostra Professione che parte da lontano e al quale proveremo a metter mano, consapevoli che ci muoviamo su un terreno oramai accidentato. Vedremo ad esempio Confindustria, proveremo a spiegare che siamo pronti a confrontarci anche sul tema dei costi dei collegi sindacali, ribadendo però che i controlli sono una garanzia per tutto il sistema economico del nostro Paese che sarebbe un delitto smantellare. Ma i fronti aperti sono anche altri, tanti, dalla revisione alle specializzazioni, dalla formazione all’ordinamento professionale, dalla crisi d’impresa fino, tema cruciale, all’ascolto da parte del Consiglio nazionale dei problemi che hanno oggi gli Ordini territoriali e con loro, gli Iscritti. Tanto lavoro da fare e poco tempo a disposizione. Ma la nuova squadra del Consiglio nazionale è finalmente in campo ed è molto motivata.  

 

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N. 9 - Settembre 2014
 
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