L'Intervento
 
Commercialisti nella sfida della rivoluzione digitale
È forse tempo che venga constatato che i professionisti hanno un’etica e meritano quindi di essere considerati affidabili
Gian Paolo Prandstraller, Sociologo
 

In un libro che sta avendo molto successo – The Second Machine Age – Brynjolfsson e McAfee sostengono una tesi tanto semplice quanto impressionante: la rivoluzione digitale, in atto nel mondo avanzato, provoca di per se stessa una drastica riduzione dei posti di lavoro e un fenomeno visibile a tutti nel nostro tempo, l’impoverimento delle classi medie occidentali. Questi spiacevoli fenomeni non sarebbero dovuti al neo liberismo di Reagan e della Thatcher, ma alla rivoluzione tecnologica più appariscente e nota, quella digitale, la cui diffusione provoca per se stessa una riduzione radicale dei posti di lavoro. Gli autori indicano che a causa di quella rivoluzione, bastano pochi programmatori o ingegneri elettronici per creare servizi utili a miliardi di persone, contemporaneamente però stanno tramontando parecchi mestieri: la scomparsa va dalla cassiera agli impiegati di banca, ma potrebbe essere il turno di avvocati o altri professionisti; in un vortice distruttivo difficilmente controllabile, per contenere il quale poco potrebbero fare gli uomini politici anche più fantasiosi o gli economisti più preparati. La tesi appena riassunta riguarda evidentemente anche il mondo delle professioni, ed è quindi saggio (e realistico) per i professionisti, e in primo luogo per quelli tra essi il cui destino è legato alle imprese e al mercato, ipotizzare strategie volte a limitare i danni che la previsione degli autori di The Second Machine Age potrebbe determinare. La tesi che propongo è semplice. Consiste in ciò: le professioni intellettuali, per eludere la crisi, devono aumentare fin da ora i propri spazi di lavoro e in tal modo compensare la prevedibile riduzione delle attività, con una strategia realistica che aggiunga nuove funzioni a quelle esistenti e ad esse tradizionali. Ciò può avvenire promuovendo processi di outsourcing a livello delle organizzazioni (prevalentemente pubbliche) che fanno fatica ad espletare i propri compiti perché sovraccariche di lavoro o inefficienti. In altre parole, si tratta di trasferire ai professionisti una parte delle attività di enti e amministrazioni pubbliche, in modo da alleggerire la struttura delle relative organizzazioni, dando nello stesso tempo una considerevole massa di lavoro ai professionisti. Questi ultimi potrebbero trarre vantaggio dall’applicazione dei processi di outsourcing, il cui senso è appunto di “portare fuori” da una data struttura un certo numero di funzioni, attribuendole nel caso a professionisti capaci di espletarle. Sembra evidente che simile processo potrebbe dare importanti vantaggi anche alla professione di dottore commercialista ed esperto contabile, come pure ad avvocati, ingegneri, geometri, consulenti, veterinari, geologi, ecc., nel senso di accrescere la quantità di lavoro che ricadrebbe sugli addetti a tali professioni. A mio parere le aree in cui lo outsourcing può essere praticato sono principalmente due, e cioè la giurisdizione e la Pubblica amministrazione. Entrambe queste aree sono per così dire ansimanti, incapaci cioè di esperire tempestivamente i loro compiti istituzionali (a parte altri difetti fin troppo noti); perciò non avrebbero a dolersi se una parte delle loro attività funzionali fosse “portata fuori” dalle strutture che le costituiscono. 

Giurisdizione 
Dovrebbe essere tradotto in pratica il seguente criterio: ai magistrati spettano le funzioni decisionali, quelle accertative ed esecutive possono essere trasferite ai professionisti. Agli avvocati, per esempio, tutti o quasi, i procedimenti speciali che si fondano sull’accertamento di una data situazione (es. l’esistenza di prova scritta d’un credito) o la constatazione della morosità, ecc.; ai commercialisti la massa delle procedure concorsuali, delle esecuzioni, degli inventari, delle procedure di controllo, ecc.. Fermo restando in tutti questi casi, l’intervento esclusivo del giudice nelle cause di opposizione e simili. 

Pubblica amministrazione 
Anche qui va affermato il principio: la decisione sulle istanze delle parti spetta agli organi della P.A., ma le attività di accertamento, attestazione, certificazione, preparazione di progetti e documentazione relativa, spettano ai professionisti. Si avrebbe una velocizzazione delle procedure amministrative come concessioni edilizie e d’altro tipo, concessioni e autorizzazioni (stradali, forestali, balneari...), attestazioni di compatibilità con l’ambiente, e così via. Una massa di lavoro cospicua passerebbe ai professionisti. Per quanto riguarda specificamente i dottori commercialisti ed esperti contabili potrebbe essere suggerito al potere esecutivo un sistema obbligatorio di controllo contabile sulle amministrazioni pubbliche, da attribuire ai revisori e/o ai commercialisti (sotto il controllo degli Ordini) per evitare i frequenti abusi contabili ed avere contezza dell’effettiva possibilità della spesa da parte degli enti. Sarebbe questa per le categorie professionali indicate una rilevante fonte di lavoro, utile ovviamente alla collettività. Possono essere opposte da parte di molti obiezioni al principio sopra indicato: la principale sembra essere che certi professionisti talvolta manifestano compiacenze nei confronti di qualche ente o parte. L’obiezione non è irrilevante, ma è forse tempo che venga constatato che i professionisti hanno un’etica e meritano quindi di essere considerati affidabili; e di assumere su di sé funzioni che in fin dei conti hanno carattere pubblico e possono consentire un migliore funzionamento delle grandi strutture locali e centrali. Con un costo determinabile, che non sarebbe maggiore di quello che si ha nell’attuale situazione di cattivo funzionamento delle sopra indicate istituzioni.  

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N. 3 - Marzo 2014
 
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