L'Intervento
 
I bilanci di sostenibilità
Giovanni Castellani Odcec Roma
 

Negli ultimi venticinque anni, nelle organizzazioni (di seguito indifferentemente anche “aziende” o “imprese”) di tutto il mondo, almeno in quelle di più grandi dimensioni, si è registrato un incremento delle azioni in tema di Responsabilità Sociale d’Impresa. Lo strumento più visibile adottato dalle aziende per l’estrinsecazione di tale attività, è un documento di rendicontazione che può essere definito Bilancio di Sostenibilità. Il dibattito relativo alla forma che meglio si adatta a questo documento era, agli inizi, essenzialmente centrato sui diversi orientamenti rispetto all’autonomia che esso avrebbe dovuto assumere rispetto al tradizionale Bilancio di Esercizio. Se per alcuni studiosi esso doveva godere di piena autonomia e individualità, per altri il risultato dell’attività d’impresa verso l’intera comunità degli Stakeholder doveva e poteva trovare spazio all’interno del Bilancio di Esercizio o nei documenti che lo accompagnano. Si deve altresì rilevare che anche relativamente alla denominazione da assegnare a tale documento non vi era, ed ancora non vi è, unanimità di vedute. Al termine Bilancio di Sostenibilità (che qui si preferisce) spesso si affiancano quelli di Bilancio Sociale, Rapporto di Sostenibilità, Bilancio Socio-economico, Rendiconto Sociale, Bilancio sociale ambientale e altri simili, ora utilizzati come sinonimi ora caricati di connotazioni diverse. È necessario anche porre in evidenza che alcuni studiosi non ritengono neppure opportuno utilizzare il temine “bilancio”, poiché le risultanze non finanziarie dell’attività aziendale non potrebbero essere raffigurate in “forma bilanciante”. A parte il fatto che nella nostra lingua il termine “bilancio” non ha solo la sua funzione ragionieristica legata al sistema della “partita doppia” (ma assume ormai anche il significato di “risultato complessivo”, ovvero di “valutazione consuntiva” non solo numerica, si pensi al c.d. “bilancio di una vita” o al “bilancio dei pro e dei contro”), ai fini di una chiarezza espositiva, non ritenendo utile né produttivo entrare nel merito di questa discussione lessicale, si preferisce utilizzare il termine Bilancio di Sostenibilità per indicare un documento unitario, redatto in base a specifici modelli di rendicontazione che estenda e/o integri la Relazione sulla Gestione del Bilancio d’esercizio e che raccolga ed esplichi al suo interno le informazioni di carattere non finanziario e tutto l’impegno profuso da un’azienda in ambito di RSI e quindi in tema di sviluppo sostenibile. All’inizio anni ’90, quando cominciarono a diffondersi i primi report ambientali, le ragioni sottostanti alla loro pubblicazione differivano fra i vari continenti: in Europa i driver (così generalmente definite, nella prassi corrente inglese, le forze propulsive connesse alle prestazioni aziendali) furono soprattutto l’accresciuta sensibilità del management verso le questioni ambientali, le relazioni pubbliche, la ricerca di un vantaggio competitivo e la volontà di aderire compiutamente alle norme di legge. In America, invece, secondo il modello del capitalismo filantropico di radice calvinista, che prende la libertà e la erge a pietra angolare rimandando le valutazioni etiche alla filantropia post o para-mercantile, la spinta in tal senso venne direttamente dalla base azionaria degli investitori che reclamava soprattutto la comunicazione esplicita di azioni di tutela ambientale. Si teorizzava, in ogni caso, che un report ambientale potesse accrescere la consapevolezza sulle problematiche ecologiche e facilitare l’adozione di una strategia di risposta che comunicasse il messaggio aziendale sia all’interno che all’esterno. L’accresciuta trasparenza dell’impresa, inoltre, avrebbe migliorato la sua stessa credibilità e gli sforzi compiuti e i parametri adottati potevano essere comunicati per mezzo dello stesso report. Ulteriori vantaggi furono individuati nella possibilità di effettuare risparmi sui costi, migliorare la reputazione aziendale, conseguire una maggiore efficienza, accrescere il morale del personale, così come sviluppare migliori opportunità d’affari. Alcune organizzazioni, nella consueta relazione annuale, iniziarono così ad inserire un rapporto sulla sostenibilità che conteneva tre diverse dimensioni: economica, ecologica e sociale, adottando un approccio che fu poi definito in dottrina della c.d. Triple Bottom Line. La rendicontazione sulla sostenibilità è divenuta, in tal modo, la pratica di misurare e di rendere note (di esserne quindi responsabili nei confronti degli stakeholder interni ed esterni) le performance organizzative rispetto agli obiettivi di sviluppo sostenibile. A prima vista a qualcuno poté sembrare, con un’ottica di breve termine, che la rendicontazione di sostenibilità imponesse troppi oneri alle aziende che dovevano predisporre strumenti e processi per la raccolta e l’elaborazione dei dati. Tuttavia, guardare alla rendicontazione di sostenibilità come un costo, piuttosto che come un investimento, è sempre stato un errore. Ed infatti, l’idea emergente di integrare, in un unico documento, informazioni strategiche sulla sostenibilità con informazioni finanziarie (nata nel 2009 dagli studi di Eccles e Krzus all’Harvard Business School), è diventata poi una scommessa decisiva. La sostenibilità ha ed avrà sempre più un ruolo centrale nel cambiamento che organizzazioni, mercati e società dovranno affrontare e le informazioni sulla sostenibilità, significative per le prospettive di un futuro valore di un’azienda, non potranno che essere parte fondamentale di un sistema di Rendicontazione Integrata (IR, nell’acronimo inglese). Si tratta di un modello di struttura, internazionale, studiato dall’IIRC (International Integrated Reporting Council), per intercettare informazioni su strategie, governance, performance e prospettive, in un formato chiaro, conciso e paragonabile. Il Framework accolto il 15 aprile scorso dal Parlamento Europeo con una propria “risoluzione legislativa” su una proposta della Commissione Europea di modifica della direttiva 2013/34/UE, servirà per sostenere e accelerare il processo di evoluzione dei report aziendali, evidenziando gli sviluppi, in campo finanziario amministrativo, dell’analisi della gestione e dei Bilanci di Sostenibilità. Alcune imprese di grandi dimensioni (almeno per ora), nell’ottica di migliorare l'uniformità e la comparabilità delle informazioni di carattere non finanziario che “circolano” nell'Unione, si vedranno obbligate a redigere i loro Bilanci Integrati, in base ad indicazioni predefinite dalla legge. Dopo di che, in un po’ di anni, si aprirà un mondo sull’integrazione della reportistica, finanziaria e non, e si arriverà all’uniformità degli schemi e dei contenuti, proprio come è successo con i Bilanci di Esercizio ed i Principi Contabili. Lo spazio ristretto impone di finire qui. Dei Bilanci di Sostenibilità, quanto sopra è solo un flash. Ci si potrà tornare, anche in virtù del fatto che si tratta di una nuova ed interessantissima prospettiva professionale per i Commercialisti.

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N. 11 - NOVEMBRE 2014
 
Editoriale
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In questo numero: Principi di attestazione dei piani di risanamento;...
 
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